Archeo-diagnosi di una malattia: la celiachia 2000 anni fa

Ultimamente mi sono scontrata con una realtà al di fuori di ogni mia consapevolezza, qualcosa che turba ancora oggi le nostre vite e purtroppo le distrugge: la malattia del cibo. Novembre è il mese dell’intolleranza al glutine ma come si faceva in passato a diagnosticarla?

Pensare che già in passato esistessero queste patologie mette i brividi ma purtroppo è così.

Sulla rivista di archeologia Archeo Monografie, Umberto Livadiotti, ci illustra effettivamente il modo di vivere la vita attraverso il gusto degli antichi romani. Tra le pagine è spuntato un ritaglio interessante che trattava della celiachia. Nessuno ci pensa ma effettivamente chi soffriva di questi mali come diamine riusciva a vivere?

I cereali sono cambiati molto nel corso degli ultimi anni: il profilo degli amminoacidi si è modificato in maniera molto imponente. Infatti, le proteine hanno una qualità molto più bassa rispetto al passato.

Gasbarrini (World Journal of Gastroenterology vol. 18,37 (2012): 5300-4) nel 2012 riporta il caso di una giovane donna vissuta nel I secolo d.C. le cui ossa, rinvenute nel sito archeologico di Cosa vicino ad Ansedonia sono diventate oggetto di studio interessante.

Il Centro di antropologia molecolare per lo studio del DNA antico dell’università di Tor Vergata ha difatti studiato questo scheletro che sembrerebbe appartenere ad una tomba del I-II secolo d.C, di una ragazza di circa 18 anni, corredato di monili in oro e bronzo e quindi discendente di una famiglia molto agiata, che presentava segni inequivocabili di questa malattia. Le analisi hanno evidenziato malnutrizione, statura bassa e gracile costituzione, ipoplasia dello smalto dentario e porosità ossea (foto).

Gasbarrini

Dall’analisi del DNA è emerso che il gene DQ2.5, una delle tre varianti del gene HLA di classe II erano presenti geneticamente.

I risultati finali dello studio, che ha fatto luce su un caso medico a distanza di duemila anni, sono stati illustrati durante il convegno promosso dal Centro agroalimentare di Roma e dalla Soprintendenza archeologica per l’Area metropolitana su “Produzione e commercio alimentare nell’Impero Romano: agricoltura, mercati, strade, culti”. La sintomatologia della celiachia (pallore, diarrea da malassorbimento, dolore intestinale) venne già descritta da Areteo di Cappadocia, medico greco attivo in età imperiale ma per lui poteva risalire ad un uso eccessivo di acqua fredda. Questo medico scrisse un trattato (tradotto in latino dal medico Giunio Paolo Grassi nel 1554) “Delle cause, dei segni e della cura delle malattie acute e croniche dove descrisse i sintomi di una malattia intestinale riferibili al morbo celiaco che lui identifica con il termine di” κοιλία” (ventre, intestino).

L’alimentazione dei ricchi dell’epoca prevedeva grandi quantità di cereali, prodotti pericolosi per i celiaci. Il “Caso di Cosa”, l’antica città romana sul promontorio di Ansedonia, in Toscana, dove è stata trovata la sepoltura in questione, ha fatto luce su un caso medico a distanza di duemila anni ed è stato come trasportare indietro nel tempo di venti secoli strumenti e conoscenze scientifiche d’avanguardia per arrivare a una archeo-diagnosi. Se la ragazza avesse evitato il grano di sicuro avrebbe avuto una vita più lunga e sana ma così non è stato.

Scritto da Claudia Fanciullo