Fragrans: ricetta alla maniera degli antichi romani

Perchè Adone e come mai ne parliamo?

Nell’antica Roma era tradizione mangiare le fragole alle feste in onore di Adone, alla morte del quale Venere pianse talmente tanto che le lacrime, giunte sulla terra, si trasformarono in piccoli cuori rossi, per l’appunto le fragole.

Le feste per Adone si tenevano alle idi di giugno e le idi cadevano a metà mese, (marzo, maggio, luglio e ottobre). Tra aprile e maggio c’era un periodo in cui le giovani donne, sue devote, portavano al tempio piccoli giardinetti in vaso a lui dedicati e coltivati durante la brutta stagione e sacrificati al dio rinascente al suo riapparire, quindi in primavera.

Le fragole sono proprio il frutto per eccellenza primaverile e venivano spesso consumate durante il pasto in antichità. Gli antichi romani erano soliti preparare questa prelibatezza accompagnandola al miele e alla spezia per eccellenza più importante in assoluto sui banchetti: il pepe. Sicuramente la frutta era sempre presente, infatti se facciamo un giro a Pompei possiamo trovare la Bottega del Fruttivendolo Felix alla Regio 7, composta da un banco vendita dipinto di rosso con un grande clipeo giallo ove era rappresentata una coppa con la frutta. La bottega non era molto diversa da quelle che normalmente incontriamo nelle nostre città. La Taberna pomeraria di Felix presenta un bancone affrescato con elementi riconducibili a Bacco che si affaccia direttamente sulla strada e si possono intravedere i buchi dove veniva agganciato il supporto in legno su cui esporre la mercanzia.
Il sito archeologico di Pompei afferma che il locale non abbia riservato ritrovamenti interessanti ma giusto i pezzi di una lucerna circolare con 12 becchi con cui illuminare l’ambiente, una scure, qualche vaso di vetro, un paio di monete e qualche altro oggetto di uso comune.
E’ stato per questo ipotizzato che i proprietari fossero fuggiti portando con loro le cose più preziose.

Varrone, nel De re rustica (1, 2, 6) ci racconta che la frutta fosse una grande risorsa sul suolo italico e Plinio il Vecchio, nelle NaturalisHistoria (XV, 73), afferma che spesso e volentieri venissero effettuati degli innesti, molti dei quali andati perduti. Plinio chiamava la fragola “Fragaria vesca” per la consistenza molle. Ovviamente se parliamo di questo frutto dobbiamo considerarlo più come del sottobosco, una bacca prelibata e ricercata, che solo i nobili potevano gustare in modo più continuativo grazie al metodo della coltivazione, mentre le persone comuni le ricercavano in giro per i boschi, che erano comunque più numerosi di oggi.

Pensate che era più buona quella raccolta sul suolo vulcanico, quindi il sole,il terreno ed i suoi minerali rendevano Roma ed il sud meta preferita per raccogliere questa prelibatezza.

In realtà le fragole sono considerate falsi frutti dal punto di vista botanico perché il vero frutto sono i puntini gialli che crescono in superficie. Dal punto di vista nutrizionale invece lo sono eccome, inoltre sono medicamentose e gli antichi se ne servivano per depurarsi oppure per innescare il desiderio sessuale, si dice che siano afrodisiache, tant’è che nel Medioevo fu denominato “frutto cuore” e nel ‘600, Shakespeare le adorava al punto da considerarle cibo fatato.

In Belgio esiste anche un museo interamente dedicato alla fragola e alla sua storia, Le Musée de la Fraise, che si trova in Vallonia, in un parco sulla riva della Mosa.

Ci toccherà andare.

Fino al XVII secolo in Europa venivano coltivate specie autoctone ma anche altre provenienti dall’America del Nord. Quelle che noi conosciamo oggi sono un ibrido diffuso grazie ad un ufficiale francese che le importò dal Cile.

Tornando agli antichi romani, questi le chiamavano Fragrans per il profumo intenso che emanano e se volete provarle alla maniera antica la ricetta è semplice: fragola, miele e pepe nero. Prendete una ciotola e versate il miele poi polverizzate del pepe in grani e con un dosa miele versate il tutto sulle fragole adagiate in una coppetta. Al gusto dovreste distinguere bene il pepe che esalterà la leggera acidità del frutto mentre il miele accompagnerà ogni boccone. Noi abbiamo scelto il miele di acacia ma potete utilizzare anche il millefiori.

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Buona archeocucina!

BIBLIOGRAFIA

  • Rosaria Ciardiello, Ivan Varriale – Cibus, I sapori dell’antica Roma – Valtrend – Napoli – 2010.
  • Scriptores rei rusticae, seu Cato, Varro, Columella, Palladius Rutilius Taurus, Venetiis, apud Nicolaum Ienson editio princeps, 1472.
  • Robert Maxwell Ogilvie De vita Agricolae, 1967.
  • Antonietta Dosi, Le abitudini alimentari dei Romani” (coautore Francois Schnell), Vita e Costumi dei Romani Antichi, Quasar, Roma, 1991.
  • http://pompeiisites.org/

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