Le anfore e i suoi contenuti: il vino

Vino Speyer, il più antico mai conservato.


Quando si parla di anfore, si ricorda sempre la loro funzione, ovvero quella di trasportare beni alimentari come il vino, l’olio, il pesce e i suoi derivati. Per i nostri antenati erano
semplici contenitori, per noi archeologi sono il faro che ci permette di identificare: la cronologia, il contenuto, l’origine della produzione ceramica, i traffici commerciali, ecc.
ogni tassello interpretato per ricostruire un momento storico determinato.
Vi siete mai chiesti come e dopo quali passaggi il vino veniva versato nelle anfore?
La prima fase del processo per l’elaborazione del vino è la vendemmia. In Grecia la raccolta dell’uva avveniva nel mese di settembre. I grappoli raccolti venivano poggiati su una piattaforma, leggermente rialzata dal suolo e inclinata in prossimità dei bordi, in
modo che il liquido estratto s’immetteva in appositi bacini, dove il mosto veniva conservato. L’uva era premuta una seconda volta con l’utilizzo dei torchi, dal quel si ricavava un vino di qualità inferiore. Il mosto raccolto veniva versato in grandi pithoi e lasciato fermentare per sei mesi. In questo arco temporale, il mosto veniva regolarmente schiumato. Trascorso questo periodo, il vino veniva travasato in altri contenitori per poter
essere trasportato e venduto. La bevibilità del vino era legata all’acidità, direttamente connessa al tempo di conservazione, infatti doveva essere consumato entro 3/4 anni dall’elaborazione. A ogni modo, si provvedeva a correggere l’acidità manipolando il vino con resina, erbe aromatiche, pece, gesso o acqua di mare.
Con l’affermarsi della politica statale in favore dell’attività agricole, anche in Italia si iniziò a coltivare intensivamente l’uva nei latifondi aristocratici (III secolo a. C.). Il vino italico divenne particolarmente apprezzato e diffuso in tutta Europa. In epoca imperiale, il vino assume un carattere politico in quanto divenne usanza offrirlo gratuitamente ai plebei, tanto che in età augustea si importava vino spagnolo per sopperire alle esigenze dell’impero. Il metodo di produzione del vino romano non differiva dalla tecnica greca anche se i Romani dedicavano molta attenzione alla fermentazione. La fermentazione, infatti, sovente si realizzava all’aria aperta. Terminata questa fase, si filtrava e riscaldava il
vino per poi essere versato nelle anfore, in modo da escludere un’ulteriore fermentazione e allo stesso tempo sterilizzandolo. A volte, le anfore erano soggette al trattamento della resinatura che consisteva nello scogliere la resina (abete o larice) all’interno del contenitore, muovendolo fin modo da ricoprirlo completamente, per poi eliminare l’eccesso e aspettare la solidificazione in modo da impermeabilizzare ulteriormente il vaso e conferendo al vino un aroma di resina. Questa tecnica oggi è ancora utilizzata per ottenere il vino “resinato” greco.

Bibliografia
CARAVALE A., TOFFALETTI I., Anfore antiche, IRECO, 1997.

Articolo a cura di Valentina Sgariglia in esclusiva per ArkeoGustus®

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