La villa del gastronomo

Come altre simili costruzioni dell’epoca di Apicio, la sua villa era ampia e circondata da mura. Racchiudeva numerosi ambienti illuminati dal sole ed aveva un giardinomolto curato con statue e marmi preziosi. Su quello spazio si apriva un atrio elegante con triclinio e, poco distante, c’era il regno della sua cucina.

Quei locali rappresentavano il fulcro delle sue teorie gastronomiche che aveva curato nei minimi particolari e seguendo il suo tempo. L’immagine più fedele delle cucine ci giunge da Pompei che, bisogna ammetterlo, grazie all’immane catastrofe di cui è stata protagonista, ci ha lasciato grandi testimonianze.

Bracieri, tripodi e fornelli, pentole, “patinae“, “caccabinae“, coltelli, tutto sfila sotto i nostri occhi curiosi, ora come allora. Era la fucina dei suoi amati progetti e dei suoi grandi esperimenti e ogni giorno, come un moderno chef, impartiva ordini precisi ai suoi schiavi, perché per lui, la strategia più saggia prendeva vita davanti ad un piatto, anche quello da servire ad un nemico.

Così come Crasso aveva gli schiavi meglio dotati, così Apicio aveva la sua schiera di aiutanti in cucina, con l’unica differenza che il primo accumulava denaro mentre il secondo lo sperperava. Era, dunque, docente della sua cucina e torme di giovani si accalcavano ai fornelli per imparare.

Dott.ssa Claudia Fanciullo

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