Thalassa raccontata dal curatore Agizza

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Uno scorcio nella storia dal punto di vista dell’archeologia subacquea e raccontata da una specialista, amica e collega: la dott.ssa Valentina Sgariglia.


Ieri, domenica 12 gennaio 2020, ho assistito all’evento dedicato ai soci ANA(Associazione Nazionale Archeologi) che mi ha permesso di visitare la mostra“Thalassa, meraviglie sommerse del Mediterraneo” raccontata attraverso le parole del curatore Salvatore Agizza. Il percorso inizia attraversando un portale che rappresenta metaforicamente le colonne d’Ercole e il suo passaggio indica l’ingresso nel Mediterraneo. In questo breve corridoio vi è una citazione dell’archeologo subacqueo Sebastiano Tusa sia per omaggiarne la collaborazione, sia per porre l’attenzione sulla divulgazione delle scoperte archeologiche.
La prima sezione, il punto zero 0 “Nascita del Mediterraneo”, descrive attraverso l’uso di una mappa in 3D (foto 1.a) la nascita del Mare Nostrum e i cambiamenti che subirà la linea di costa fino alla scomparsa del Mediterraneo nei millenni. Sono, inoltre, rappresentare le rotte commerciali e i relitti fin ora ritrovati. Inoltre, il curatore ci ha invitato a porre l’attenzione sulle luci presenti a ridosso delle varie sezioni che richiamano le costellazioni utilizzate in navigazione, nonché trait d’union con l’Atlante Farnese, centro simbolico della mostra ospitata, inoltre, nella Sala della Meridiana del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Il percorso inizia con il racconto di vari oggetti rinvenuti per caso (1. I tesori sommersi) tra i quali desta particolare curiosità l’esposizione in un acquario del Tesoretto di Rimigliano, essendo quest’ultimo ancora sotto processo di de-ionizzazione (1.b).
Queste scoperte fortuite crearono da subito negli archeologi l’esigenza dell’acquisizione di un metodo scientifico (2 I primi passi dell’archeologia subacquea) e della formazione di archeologi subacquei per poter ricavare il maggior numero di informazioni dallo scavo e cercando di provocare meno danni possibili agli oggetti rivenuti.
Il percorso continua con la parte dedicata ai “ Relitti” n. 3, alcuni oggetti esposti sono stati presi in prestito dal relitto di Antikythera e il curatore ci ha ricordato di come il carico sul fondo del mare non indichi necessariamente la presenza di un relitto e, seguendo con la sezione n. 4, “ Vita a bordo”, come in alcuni casi non sia facile per l’archeologo capire se gli oggetti rinvenuti appartengono al carico o siano oggetti personali dell’equipaggio. In una vetrina, a supporto delle sue parole, sono esposti alcuni contenitori di legno che contenevano pasticche di collirio (1.c), di epoca romana apparenti al medico di bordo, mentre il Louterion di Panarea, un altare di bordo (1.d), rappresenta la religiosità e la superstizione che echeggiavano nei viaggi in mare.
Nella sezione n. 5 “Navigazione, mito e sacro” sono esposti i reperti provenienti dagli scavi di terra e subacquei dell’isola di Vivara, databili all’Età del Bronzo tra cui una giara cananea (XVI/XV sec. a. C.), il “Cratere con naufragio” del VIII a. C. in prestito dal Museo di Villa Arbusto (2.a) e il carico ceramico proveniente dal relitto di Pignataro di Fuori (XX a. C., il più antico fin ora studiato).
Nella sezione n.6 “Il mare, la via dei commerci”, il commercio è raccontato attraverso le anfore, utilizzate per trasportare olio, vino e garum; le materie prime, tra cui spiccano i lingotti di oricalco e il lingotto con anello di presa e codoli di stagno; e alcuni “oggetti esotici”, tra cui un Thymiatherion che sembra avere le fattezze di un ananas (2.b). Il percorso continua con “ Il mare e le sue risorse”, sezione n. 7, dove si espongono strumenti legati alla pesca dei crostacei, dei tonni e dei coralli, provenienti da Pompei, che ha conservato un frammento di rete da pesca carbonizzato (2.c), Ercolano e Pantelleria. Di particolare rilievo è, inoltre, un frammento di anfora che conserva resti di lische proveniente da Olbia.
Il Mar Mediterraneo è stato anche luogo di “Bellezza e otium”sezione n. 8, rappresentato dalle statue rinvenute sul fondo del ninfeo della Grotta Azzurra di età romana (2.d), dagli affreschi di Ercolano, Pompei e Stabiae e le coppe di ossidiana in stile egittizzante.
L’ultima, sezione 9, “Acque profonde” riguarda le ultime frontiere dell’archeologia subacquea. Questa camera immersa permette la visione di filmati girati a 600 metri di profondità che ritraggono relitti rinvenuti in varie zone del Mediterraneo, da Capri a Capo Palinuro, dalla Liguria alla Sardegna.
Alla fine del percorso, il curatore ci ha invitato a visitare la mostra temporanea “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia” presso il Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia.
Il percorso formato da dieci sezioni (dal punto 0 al 9) è interessante perché ci fornisce più linee di letture parallele: raccontare i reperti e la storia dell’archeologia subacquea, quindi ci racconta il cosa è stato trovato attraverso il come si è recuperato; tratta tematiche eterogenee; e permette una interconnessione attraverso le discipline e le dimensioni temporali.
Inoltre è presente in un’altra ala del museo una sezione di approfondimento sul porto antico di Napoli e delle navi rinvenute a piazza Municipio durante i lavori per l’ampliamento della Linea 1 della Metropolitana.

Sitografia
http://www.museoarcheologiconapoli.it/it/2019/12/thalassa-meraviglie-sommerse-dalmediterraneo-
dal-12-dicembre-2019-al-9-marzo-2020/

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Collage a cura di Valentina Sgariglia
Collage a cura di Valentina Sgariglia

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